venerdì 21 luglio 2017

Il de profundis del cattolicesimo: il coro di Ratisbona intona le note della teologia della liberazione.


Sono tante più o meno recenti, ma anche antiche, le apparizioni della Madonna e le profezie che danno il crollo del cristianesimo in Occidente e la sua rinascita dalla Russia. La profezia sta indubbiamente avverandosi sotto gl'occhi di tutti. E' significativo che il cristianesimo rinasca con forza proprio lì dove il marxismo l'aveva praticamente distrutto. E' significativo che ciò avvenga dopo il crollo del marxismo che si era illuso di costruire una società migliore e più giusta ripetendo l'errore di Marx, che, sulla scia della “mano invisibile” di Adam Smith (il laissez faire che tutto si aggiusta), aveva creduto che bastasse a ciò spogliare gli usurpatori e statalizzare i mezzi di produzione. Si è così non usciti dal capitalismo come Marx agognava, bensì soltanto entrati in una sua altra e più perniciosa forma: il capitalismo di Stato. Nel 1989 quel regime è morto ed oggi la Russia sta rinascendo. Una rinascita che vede la Risurrezione forte del cristianesimo. Anche l'altro grande fratello marxista, la Cina, ha decretato ufficialmente con Xi Jinping il definitivo abbandono del marxismo ed il ritorno alla grande storia e tradizione cinese, ossia al confucianesimo. Ma, mentre in Russia si tolgono le statue di Lenin ed in Cina quelle di Mao, paradossalmente, nella Chiesa “Cattolica” il marxismo, con la “teologia della liberazione”, ha saldamente preso piede soprattutto in America Latina, dove a Concordia in Brasile nel 1938 è nato uno dei suoi più importanti fondatori, Leonardo Boff. Nel 1985, l'allora preposto alla Congregazione della Dottrina della Fede, Crad. Joseph Ratzinger lo ha ammonito e l'anno successivo condannato al “silenzio rispettoso”. La condanna, contrariamente a quanto creduto da certa parte dell'opinione pubblica, non avviene ad opera di un reazionario intransigente, di un “pastore tedesco”, bensì da parte del più grande Teologo del Novecento, un progressista, che San Giovanni XXIII aveva chiamato a dirigere i lavori del Concilio Vaticano II proprio per il suo essere progressista. Apertura al 


progresso ed accettazione di tutto quanto possibile di esso, ma tenendo saldamente la mente e gl'occhi a Cristo, al suo Vangelo, alla tradizione bimillenaria della Chiesa. Per questo anche Paolo VI prima e San Giovanni Paolo II poi, hanno fatto riferimento a Joseph Ratzinger. Ma, una teologia, quale quella della “liberazione” cui riferimento centrale è un modello sociologico marxista materialista integralista non è eo ipso accomunabile con il cristianesimo. Leonardo Boff ha però sempre rifiutato i criteri della sociologia cristiana e per questo, coerentemente, nel 1992 ha lasciato il sacerdozio e l'Ordine francescano cui apparteneva. Molti suoi compagni di cordata non hanno avuto la sua coerenza e dall'interno della Chiesa hanno continuato la loro lotta (o guerra?) per la loro “teologia” e sociologia material marxista (che, in quanto materialismo, teologia non è) che non è assimilabile e cumulabile – se ne sono resi conto loro stessi – con la Teologia Cristiana. Guerra a questa Teologia e guerra all'Occidente ed al Nord perchè questa Teologia è quella dell'Occidente e del Nord, un Occidente ed un Nord che non si è mai stati capaci di vedere se non nell'angusto limite dei propri pregiudizi. Un Occidente ed un Nord che non si è mai stati capaci di vedere se non da fuori. Una guerra in cui, al pari della Jihad islamica, si vuole l'Occidente morto, per principio. Un Occidente di cui si vedono i limiti e si negano le grandezze. Ebbene: nessuno più di Joseph Ratzinger, da prima del Concilio, a tutto il suo pontificato, e sino ad oggi, è la migliore incarnazione di tutto ciò. Nessuno più di lui, per questo, va CANCELLATO. Ma, proprio l'Occidente ormai scristianizzato, assai più che la Russia rampante con un risorto cristianesimo o la Cina altrettanto rampante con un redento Confucio, è il terreno ideale per la guerra alla Teologia. Una Germania, oltre che una Francia e Belgio e tanti altri, ormai secolarizzati dove il Cristianesimo è in agonia, è il terreno ideale dove colpire, dove portare a termine la cancellazione. Ed ecco allora che, in nome 


e sotto l'egida di una “teologia della liberazione” - cui afferiscono mercanti di schiavi e speculatori di uomini come Soros, satanisti come Hillary Clinton – il coro di Ratisbona intona l'inno della “teologia della liberazione”, cui fine è appunto la cancellazione. Ma, se alla luce delle profezie e delle apparizioni della Madonna, guardiamo alle immagini della Storia, nell'abbraccio di Papa Benedetto con il Patriarca Russo e con lo stesso Putin non possiamo non vedere il passaggio del testimone. In Russia la Madonna ha schiacciato la testa al serpente marxista che ora grazie a Soros e Clinton è entrato ai massimi vertici della Chiesa. Ebbene anche nella Chiesa al serpente sarà schiacciata la testa, perchè quand'anche egli vi imperasse, impererebbe sul nulla, perchè “sono arrivati molti falsi pastori ma le pecore non li hanno seguiti” e la Chiesa di Soros, Clinton & C. è vuota, come di fatto lo sono sempre di più tutte le chiese. La Russia lo dimostra: le teologie della liberazione possono solo perseguitare e distruggere. La Russia lo dimostra: solo Cristo può riempire la Chiesa: Christus vivit, Christus regnat, Christus imperat. La “teologia della liberazione” può solo fare ciò che sta già facendo con la sua regia e le note del suo nuovo inno il coro di Ratisbona, un tempo il primo al mondo, oggi una farsa che intona una canzonaccia popolare da bettole e bordelli. La vera essenza della “teologia della liberazione” ed i luoghi e le genti presso cui può fare qualche occasionale e sporadico adepto.
francesco latteri scholten



P.S. I 547 casi di violenza e 67 “abusi” riguardano la Vorschule Etterzhausen diretta da Johan Maier e frequentata anche da allievi del Coro di Ratisbona. Ratzinger non c'entra un cazzo. Di più il Card. Muller non è quello che ha insabbiato, bensì quello che ha aperto l'inchiesta... Di più ancora i principali presunti responsabili, tutti laici e della Vorschule, sono morti da decenni... Di più i reati sono prescritti pure essi da decenni... Rete di cazzari.

lunedì 26 giugno 2017

Grazie Antonio: la Festa della Luce 2017 alla Piramide del 38° parallelo.


Il Solstizio d'Estate è celebrato da sempre dall'umanità. E' il giorno della vittoria della Luce sulle tenebre, per eccellenza il giorno della Vita. Ad esso bene si addicono le parole antiche dell'inno alla Speranza di Orazio: “Vergine custode di monti, di boschi: che senti il triplice chiamare della ragazza nella doglia e la salvi da morte: Dea dai tre volti: ecco un pino che guarda la mia casa di campagna: sia tuo. Lieto, sempre, al compiersi dell'anno, gli doni in sacrificio un verro, che ha nel cuore un balzo obliquo...” E, per me, l'invito di Antonio Presti, a superare la dimensione economico/materialista per volgersi con lo Studio agli orizzonti della Cultura è la riproposizione, forte, della Speranza. La Speranza 


che “l'attuale momento di mediocrità – come lui a ragione definisce quello odierno – sia superato...” Che sia superato l'esito perverso cui esso ci ha condotti: “non abbiamo più occhi legati al cuore...”. Il Rito vuole invece tornare a questo, celebrare Luce e Conoscenza, l'antica Sapienza. Uscire dal totalitarismo del Profano che ormai ci attanaglia, per, una volta all'anno, reistituire un Tempo Sacro ed uno Spazio Sacro: quelli che sempre hanno scandito la realtà dell'uomo. I riti legati al culto del Sole, da sempre hanno riprodotto a livello microcosmico la 


struttura dell'intero Universo e sono sempre stati praticati in momenti in cui si avverte il bisogno di rigenerare il mondo con un processo di nuova generazione. Un bisogno oggi così urgente che la stragrande maggioranza non è più neppure in grado di avvertire. Antonio Presti è uomo della élite che ancora è invece in grado di avvertire la grande urgenza di questo. In una atmosfera di Bellezza, dominata dal colore Bianco, simbolo di purezza, di ieraticità, di misticismo, dominata da paesaggi mozzafiato, da canti, realtà yoga, da Silenzio e 


serenità, la Piramide del 38° parallelo, nel giorno del solstizio d'estate, offre, a chi lo desideri, la possibilità dell'esperienza mistica basilare, primigenia, quella più semplice perché ancora legata ai sensi e preludio delle ulteriori. La visita dell'interno della Piramide è infatti questo: il passaggio dalla luce esterna fortissima, alla totale oscurità dello stretto tunnel di 30 metri totalmente buio, che porta all'interno del grande tetraedro di 30 metri di altezza, realizzato in acciaio cortex. Al termine, un tenue bagliore illumina l'inizio della ripida scala che conduce all'interno, 


affiancata dai tanti lumi, rigorosamente a cera. All'interno rocce e macigni: la durezza e l'oscurità del materialismo, il senso dominante è quello del soffocamento. Su uno degli spigoli del tetraedro c'è uno spacco dalla base al vertice: al tramonto, nel giorno del solstizio, vi si intravede il Sole. Poi il ritorno alla Luce, alla Bellezza, al respiro pieno. Un'esperienza da vivere che ho fatto anch'io, accompagnato da due artisti ceramisti di prestigio, Giuseppe Prinzi e suo figlio Giovanni. All'uscita, dopo aver ripreso fiato, ci siamo avviati per le navette ed abbiamo avuto la sorpresa più bella: un breve 


incontro con Antonio Presti. La sua Saggezza ha ben saputo soprassedere al nostro grezzo materialismo, degno dell'interno della Piramide, e così abbiamo avuto foto e selfie che per noi, insieme all'esperienza vissuta, la full immersion in uno Spazio ed un Tempo Sacri, sono il più bel Trofeo da portare a casa. Grazie Antonio.
Francesco latteri scholten

venerdì 9 giugno 2017

Thomas De Quincey: la rosa di Paracelso


Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo. Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l'athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta. Insonnolito, l'uomo si alzò, salì faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l'altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola. Il maestro fu il primo a parlare. “Ricordo volti d'Occidente e volti d'Oriente”, disse, non senza una certa enfasi. "Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?” “Il mio nome non ha importanza”, replicò l'altro. "Ho camminato tre Giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni”. Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte e d’oro. Lo fece con la mano destra. Paracelso, per accendere la lanterna aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò. Si chinò, giunse le estremità delle dita e disse: "Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offri oro. Non è l'oro ciò che cerco, e se è l'oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo.” "L’oro non mi interessa” rispose l'altro. “Queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra”. Paracelso disse lentamente: "La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta." L'altro lo guardò con aria diffidente. Disse con voce chiara:"Ma esiste una meta?” Paracelso si mise a ridere. "I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario e mi accusano di essere un impostore. Non do loro ragione- ma non è impossibile che io sia un illuso. So che esiste una via.” Vi fu una pausa e l'altro disse:“Sono pronto a percorrerla con te. anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare Il deserto. Lasciami intravedere almeno 


da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l'accesso. Ma prima di intraprende il viaggio, io voglio una prova.” “Quando?" disse Paracelso, con inquietudine. “Subito”, rispose il discepolo con brusca determinazione. Avevano iniziato la conversazione in latino ora parlavano in tedesco. Il giovane levò in alto la rosa. "Affermano", disse, "che tu puoi bruciar una rosa e farla rinascere dalle ceneri per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che chiedo, poi la mia vita sarà tua.” "Sei molto credulo", disse il maestro. "Non so che farmene della credulità; esigo la fede." L'altro insistette."E’ proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l'annientamento e la resurrezione della rosa." Paracelso l'aveva presa in mano, e parlando giocherellava con essa. “Sei credulo” disse “Tu dici che io sono capace di distruggerla?" "Nessuno è incapace di distruggerla ", rispose il discepolo. “Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il Primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d'erba?" “Non siamo nel Paradiso”, disse ostinato il giovane; “qui, sotto la luna, tutto è mortale.” Paracelso si era alzato in piedi. "E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall'ignorare che siamo nel Paradiso?" "Una rosa può bruciare", disse il discepolo in tono di sfida. “V'è ancora del fuoco nel camino", rispose Paracelso. "Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l'abbiano consumata e che sia la cenere a essere reale. lo ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo." "Una parola?" disse stupefatto il discepolo. "L'athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che, farai per farla rinascere?" Paracelso lo guardò con tristezza. “L'athanor è spento", ripeté, "e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti.” "Non oso domandare quali", disse l'altro con malizia o con umiltà. "Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l'invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che ci insegna la scienza della Cabala." Il discepolo disse freddamente:"Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e la ricomparsa della rosa. Poco 


m’importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi." Paracelso rifletté. Infine disse:"Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un'apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa." Sempre diffidente, il giovane lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse:“E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare simile dono?" L’altro replicò, tremando:"So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo in nome del molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi.” Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggìo e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po' di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo. Paracelso era rimasto impassibile. Disse con strana semplicità: "Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà” il giovane si sentí pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario, e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane. Si inginocchiò, e disse:"Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò piú forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa." Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto. Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c'era nessuno? Lasciare le monete d'oro sarebbe stata un elemosina. Le riprese uscendo. Paracelso l'accompagnò al piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto. Entrambi sapevano che non si sarebbero visti mai piú. Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consunta, raccolse nell'incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce: la rosa risorse


Thomas De Quincey, Writings. XIII. 345 

domenica 5 marzo 2017

Carl Gustav Jung: un sogno è il distacco da Freud e la nascita della psicologia analitica.


Molto si è parlato del «rapporto edipico» che legava Freud e Jung. Invero il filo rosso che lega il fondatore della Psicanalisi e quello della Psicologia Analitica ha radici più profonde ed un luogo comune situato in Boulevard de l'Hopital nel XIII Arrondissement di Parigi: La Salpetriére. Il luogo è originariamente quello della più grande fabbrica di polveri da sparo del mondo, la salnitriera, ricostruita per volere di Luigi XIV nel 1656 come centro di accoglienza per i mendici, le prostitute e gl'abbandonati di Parigi. Finirà per accogliere anche tutti i malati di mente e diverrà, sotto la guida del grande Jean Martin Charcot fondatore della moderna neuropsichiatria, il più importante centro neuropsichiatrico di fine ottocento. 



Sigmund Freud vi approfondirà i propri studi - traendone importanti basi - dal 1885 al 1886 sotto l'egida dello stesso Charcot. Carl Gustav Jung vi si recherà per gli stessi motivi nel 1902 guidato dall'altro grande allievo di Charcot, Pierre Janet, di cui resterà ammirato per sempre. L'ipnosi, l'isteria, le «emozioni terrificanti», le «idee fisse», l'esperienza onirica e non solo della «impuissance motrice» sono i terreni da cui nasce la psicanalisi, da cui a sua volta procede, ma distaccandosi, la psicologia analitica che integra in sé anche mitologia e soprattutto l'Alchimia. L'incontro tra Freud e Jung è del 1907, a seguito del brillante saggio di quest'ultimo sulla dementia precox che gli valse l'ingresso nella «Associazione Psicanalitica Internazionale» fondata da Freud. Il legame tra i due divenne molto stretto ed assunse via via tipologie marcatamente edipiche di cui entrambi cominciarono a diventar coscienti. Di più: entrambi cominciarono a divenir coscienti del latente sfondo inconsciamente omoerotico di questo rapporto, realtà che entrambi rigettavano. E' lo sfondo che va a connotare «La Libido, simboli e trasformazioni» 



(1912), l'opera di Jung che segna il definitivo distacco dei due e la base dalle cui elaborazioni successive, unite ad altri studi prevalentemente di natura mitologico religiosa ed alchimistica, nasce la psicologia analitica. Il colpo che segna la nascita della concezione di inconscio collettivo e di archetipi di questo centra proprio il simbolismo dei sogni che manifestano «reminiscenze infantili e tratti di mentalità arcaica, i quali potrebbero eventualmente giungere fino a fare rivivere prodotti dello spirito manifestamente arcaici». Dunque nel sogno confluiscono il personale ed il collettivo. E' il primo tradimento radicale della psicanalisi e Jung ne è pienamente cosciente ma anche personalmente assai provato, e l'analisi del brano inerente l'Abate Oegger ci dice, indirettamente, di quanto egli si sentisse «Giuda» nei confronti di Freud.La scissione definitiva e la nascita della «psicologia analitica» è invece nella nuova, diversa e più ricca interpretazione del concetto psichico di «Resistenza». Freud ne vedeva le radici nell'inconscio, segnatamente nella rimozione e nei traumi specie dell'infanzia. Jung dimostra come essa sia dovuta anche all'azione degli archetipi e delle proiezioni del concetto di sé e del proprio realizzarsi autentico: l'eroe ed il sacrificio. Il passaggio ad una nuova e più elevata realtà psichico 


coscienziale: quanto da tempo praticava l' «Alchimia spirituale», ad esempio già con Paracelso. Questo il travaglio, il «Sacrificio» dell' «Eroe» Carl Gustav Jung la sua «Rinascita» al suo sé più elevato. Tutto ciò ha però un punto di origine, una «Nascita» ben precisa. Si tratta di un sogno che Jung fece nel 1909 mentre con Freud e Ferenczi si trovava per un ciclo di lezioni presso la Clark University del Massachusett. E' da questo sogno che Jung ricava il concetto di inconscio collettivo. «Mi trovavo in una casa a due piani ma sconosciuta.Era la «mia» casa. Ero al piano superiore in un bel salotto stile rococò. Alle pareti erano appesi quadri preziosi. Ero sorpreso di avere una casa così e pensavo: mica male! D'un tratto mi resi conto che non sapevo ancora che aspetto aveva il piano inferiore. Discesi la scale e giunsi al pianterreno. Lì tutto era più antico: quella parte della casa risaliva al quindicesimo secolo o al sedicesimo. L'arredamento era medievale ed il pavimento in mattoni rossi. Il tutto immerso nella penombra. Andavo da una stanza all'altra dicendomi: ora bisogna che esplori l'intera casa! Arrivai davanti ad una pesante porta, l'aprii. Dietro di essa scoprii una scala di pietra che conduceva in cantina. La scesi e giunsi in una stanza 


antichissima con una volta magnifica. Esaminando le pareti mi accorsi che fra le pietre ordinarie del muro c'erano degli strati di mattoni, di cui la calcina conteneva dei frammenti. Da questo riconobbi che i muri erano di epoca romana. Il mio interesse era aumentato al massimo. Esaminai anche il suolo ricoperto di lastroni di pietra. In uno di questi scoprii un anello. Lo tirai: il lastrone si sollevò e anche lì c'era una scala fatta di stretti gradini di pietra, che conduceva nelle profondità. La discesi e giunsi in una bassa grotta rocciosa. Nell'alta polvere che ricopriva il suolo c'erano ossa, frammenti di vasi, una sorta di vestigia di una civiltà primitiva. Scoprii due teschi umani, probabilmente antichissimi, mezzi corrotti. Poi mi svegliai.» Questa l'interpretazione che segna la nascita della «psicologia analitica»: «La casa figurava una specie di immagine della psiche. La coscienza era figurata dalla sala di soggiorno (...) Al pianterreno cominciava già l'inconscio. Più scendevo in profondità, più tutto diveniva strano e oscuro. Nella grotta scoprii i resti dell'uomo primitivo, in altre parole il mondo dell'uomo primitivo in me, mondo che non poteva quasi affatto essere raggiunto o illuminato dalla coscienza. L'anima dell'uomo primitivo confina con la vita dell'anima animale, così come le grotte dei tempi preistorici furono perlopiù abitate da animali, prima che gl'uomini se ne impadronissero per loro stessi. (...) Presi allora pienamente coscienza di quanto grande fosse la differenza tra l'atteggiamento mentale di Freud ed il mio proprio...»
francesco latteri scholten

venerdì 13 gennaio 2017

Le profezie sulla fine della Chiesa e la “Amoris Laetitia”: Benedetto XVI è l'ultimo Papa.


In molti, in un passato ormai alquanto lontano, hanno atteso con angoscia l'anno Mille, per il quale era profetizzata la “fine del Mondo”. Essa invero non è da intendere necessariamente nel senso della fine apocalittica di Sodoma e Gomorra (come di fatto molti allora la intesero), ma anzi – e più spesso – come un nuovo inizio. A ben vedere l'anno Mille è stato indubbiamente anche questo. Atropo – fra le tre Moire quella che recide il Filo, ovvero il legame con il passato – è associata da Nostradamus a Papa Francesco. Ed indubbiamente la “Amoris Laetitia” recide il filo con un passato etico, istituzionale e socio 


culturale bimillenario. In essa infatti è per la prima volta normizzato il “divorzio cattolico” ed in maniera decisamente eticamente e moralmente inferiore a quanto fatto dalla maggior parte delle legislazioni occidentali laiche: c'è un solo matrimonio: l'ultimo; e, ad esempio, i figli dei matrimoni precedenti al pari delle mogli sono di fatto inseriti in una realtà di delegittimazione, colpevoli sempre al pari delle mogli di colpe di cui sono colpevolissimi per non intaccare l'immagine “morale” del “padre” e trattati peggio di quanto fossero una volta i figli “illeggittimi” e “naturali”. In molti, tra cui Antonio Socci, hanno 



parlato “di cesura dall'ordine morale”. E' certo, alla luce di tutti i suoi scritti, da quelli pre Conciliari a quelli del suo Pontificato, che Joseph Ratzinger assai difficilmente avrebbe emanato un simile scritto, e questo con buona pace delle sue dichiarazioni di “obbedienza” all'attuale Pontefice. Del resto se è vero che Ratzinger è stato tra i grandi alfieri dell'ala “progressista” al Concilio, è vero anche che quel progressismo era scrupolosamente incastonato nell'alveo dei pilastri del magistero della grande tradizione. Così anche nella sua ultima intervista, sebbene non esplicitamente in proposito alla “Amoris Laetitia”, Papa Benedetto XVI si riconosce 


apertamente come appartenente ad un mondo diverso: è, come dalla profezia di Malachia, il Papa del ramoscello d'ulivo, il Papa della Pace. E', come bene aveva visto anche Santa Caterina Emmerich, il Papa tradito da molti di quelli che gli stanno intorno perché appartenenti ad un mondo diverso e per questo è anche disatteso nell'obbedienza da tanta parte di “Chiesa”. Quello che è certo è che con Benedetto XVI l'ordine etico, istituzionale e socio culturale bimillenario della Chiesa si chiude: è l' “ultimo” Papa. Un Grande Papa. E' vera 


anche la realtà di grande lotta interna alla Chiesa di cui tutti hanno profetizzato: è la lotta tra l'ordine morale originario e quello ad esso contrastante. E' vero anche che il pontificato di Papa Francesco, come vuole Nostradamus, sia segnato da un'uscita, una fine straordinaria: quella di Papa Benedetto XVI. Si è dimesso perché non ha più le forze, ed è vero: la sua Chiesa, il suo ordine etico ed il mondo istituzionale e socioculturale che essa sanciva sono caduti. E, al di là delle polemiche, anche le osservazioni di Antonio Socci sono vere: l'ordine etico di Papa Francesco e della sua “Chiesa” è un altro. Un altro è amche il mondo etico istituzionale e socioculturale sancito dalla sua esortazione apostolica. La “Amoris Laetitia” fa l'opera di Atropo, recide il filo con il passato.

Francesco latteri scholten.

lunedì 28 novembre 2016

Il fondatore dell'ateismo moderno: San Tommaso d'Aquino


La Chiesa lo considera "il" Teologo per eccellenza, un grande mistico ed uomo di spiritualità superlativa; l'umanità - anche a parere di laici ed atei autorevoli - uno dei filosofi più importanti del Medioevo e della cristianità in genere. In lui, appartenente alla cultura italiana e tedesca nonché a quella francese, confluiscono sia la teologia cristiana che quella islamica e, tramite questa, quella pagana antica, segnatamente Platone ed Aristotele. Eppure, nonostante questo Tommaso è sempre assai lontano da tentazioni sincretiste ed attento a separare ciò che è compatibile con la fede cristiana da ciò che non lo è. Di nuovo, eppure e nonostante questo, Tommaso pone delle nuove pietre miliari, come anche dei punti di "fine" e di "nuovo inizio" nella Teologia. In particolare egli pone fine a quello che era stato sino ad allora uno dei punti fermi più saldi, specie con l'argomento di Anselmo, di Dio quale esistente perché massimo ente pensabile: quello della evidenza dell'esistenza di Dio. San Tommaso sostiene invece esattamente ciò che poi sosterrà l'ateismo moderno, ossia che l'esistenza di Dio non sia di per sé evidente. Per l'aquinate infatti l'essere e l'essenza di Dio coincidono, ma a noi non è dato conoscere l'essenza di Dio - Summa Theol, I, Q2 a1 - in quanto alla ns conoscenza giunge solo ciò che è direttamente mediato dai sensi. Ovvero, abbiamo conoscenza anzitutto della materia e 



della materialità: di nuovo esattamente ciò che sostiene l'ateismo moderno. In altri termini: Tommaso sta a tutta la teologia precedente ed a quella a lui contemporanea come Marx sta ad Hegel. Di più: la stessa rivendicazione marxiana contro Hegel, che ciò che ci è dato subitaneamente non è l'Assoluto, ma la materialità concreta, è fatta anche da Tommaso, il quale ovviamente, a differenza del filosofo tedesco, non ne ricava che perciò sia necessario capovolgere tutta quanta la concezione del diritto, né che per questo l'Assoluto vada negato tout court. Certamente anche per San Tommaso, come per Marx, è dalla prassi che bisogna partire, ma più nel senso di Nietzsche: "Se devi scrivere qualcosa scrivilo con il sangue, ti accorgerai che il sangue è Spirito". Per San Tommaso, come noto, è possibile giungere dalla materialità che ci è data subitaneamente alla dimostrazione dell'esistenza dell' Assoluto tramite le famose "cinque vie". Stabilita poi l'esistenza dell'Assoluto, la prassi sarà quella, partendo da una concezione dell'uomo strettamente ricavata dalla realtà, come già per Aristotele, muovere sulla via dell' "aureum medium" tra gl'eccessi





creandoci un "habitus", dei modi, delle abitudini, virtuose. E' questo il contesto a partire dal quale può iniziare un cammino di fede e di Spiritualità. Come si vede dunque il nuovo inizio teologico sancito da San Tommaso è esattamente quello che contiene in sé quelli, che altrimenti posti, saranno proprio i temi specifici dell'ateismo moderno. Se ne renderà conto, con grande lucidità uno dei più grandi Papi della modernità, Papa Leone XIII (sì, proprio lui, quello della "Rerum Novarum"), il quale ordinerà la ripresa vigorosa dello studio dell'aquinate, che era ormai divenuto desueto, non si capisce bene perché, negli stessi ambienti cattolici, simbolo di un dogmatismo appartenuto sì ai tomisti, ma non a Tommaso, una delle menti più brillanti e aperte che all'umanità sia stato dato di avere.

francesco latteri scholten.

martedì 1 novembre 2016

IX secolo, Papa Gregorio IV istituisce Halloween.




Correva l'Anno Domini 835 quando Papa Gregorio IV chiese all'imperatore Ludovico il Pio di ordinare per decreto la celebrazione, il primo novembre (sarà il 31 ottobre nel rito ambrosiano), in tutti gli Stati dell'Impero, della festività di Ognissanti che non aveva ancora una collocazione specifica e che era celebrata solo dalle chiese situate nella città di Roma ed in poche altre. E' la data che segna una immediata diffusione della festività in tutta Europa. In particolare, nei Paesi anglofoni, essa ha preso il nome di “The Eve of All Saints Day” da cui le forme contratte “All Hallow's Eve” e quindi Halloween. La data, collocata a mezzo tra l'equinozio d'autunno ed il solstizio d'inverno, era comunque già celebrata in modo diverso presso tutte le culture europee e non. Essa segna il giorno della memoria, dell'incontro con i defunti ed ha carattere generalmente gioioso, i morti portano, ancora oggi ad es. in Sicilia, dei doni. In questo senso e questa data, le celebrazioni più antiche sono quelle dei Celti, databili ad oltre il 300 a.C.. La celebrazione, con falò e fiaccolate, che 


saranno riprese dai cristiani, è per il dio pagano Samhain, il dio della morte per dedicargli un giorno all'anno onde dedicare gl'altri 364 alla Vita. La celebrazione è caratterizzata dalla gioiosità della commemorazione dei defunti e per assicurarla i falò e le torce sono accese proprio per allontanare gli spiriti maligni... L'uso delle zucche orridamente intagliate e magari illuminate dall'interno, è dovuto alla tradizione irlandese praticamente confinato alla sola isola sino alla grande carestia di metà del XIX secolo che costrinse molta popolazione all'emigrazione negli USA. Anche qui la commemorazione è quella dei defunti celebrati con gioiosità, le zucche orridamente intagliate e magari illuminate dall'interno servono a tener lontano Jack la Lanterne condannato a vagare senza fine sulla terra per aver ingannato il diavolo... Dunque ovunque si tratta di una commemorazione dei defunti, della contemplazione delle nostre radici, di noi stessi. Al solito, come anche per il Natale e la Pasqua, il bussiness ha fatto scempio e dell'elemento fondamentale, quello commemorativo, non ha voluto lasciare nulla: ci sono solo le zucche vuote, magari illuminate, a celebrare una festosità fine a sé stessa, destituita di ogni riferimento e significato, persino quello della zucca vuota... Il vuoto che celebra il Nulla.
francesco latteri scholten.